23 Aprile 2010
Il rapporto tra arte e industria è divenuto oggi di estrema attualità, al punto da coinvolgere espressioni sempre più differenziate della moderna industria culturale.
Per chiarire il complesso ruolo di mediazione che il design industriale svolge nella relazione tra arte e industria, va tenuto anzitutto conto della natura e della destinazione del prodotto industriale. L’atto creativo all’origine dell’ideazione del prodotto industriale infatti non è libero, ma è caratterizzato da numerosi vincoli rappresentati sia dai bisogni dell’utente finale, ai quali la progettazione deve dare una risposta, sia dalle tecniche di industrializzazione dei processi produttivi, che sovente condizionano le scelte progettuali delle forme e dei materiali.
Il prodotto finale dell’attività del designer inoltre ha modalità di “consumo” completamente diverse da quelle del prodotto dell’attività artistica tradizionale: non risiede infatti in un unico luogo specificamente deputato alla sua fruizione, ma entra direttamente (a volte anche in modo invadente) nella vita quotidiana di chi lo utilizza, in un rapporto talmente stretto che in molti casi è persino difficile distinguere letteralmente chi sia, tra prodotto e utilizzatore, il “consumato” e chi il “consumatore”.
In questo quadro non privo di contraddizioni il design italiano ha saputo costruire una sintesi assolutamente originale tra le motivazioni di carattere funzionale del prodotto e la sua caratterizzazione estetica e formale. Il design industriale nel nostro Paese si è manifestato sin dagli inizi in sintonia continua con l’evoluzione di alcune tra le più importanti correnti artistiche e di pensiero, dando vita a quello “stile italiano” che è la più vera e profonda espressione della nostra cultura industriale, e uno straordinario veicolo di rappresentazione dell’identità del nostro Paese.
Se volessimo riassumere in modo seppur sintetico e parziale la storia del design italiano, potremmo suddividere il ventesimo secolo in quattro periodi distinti, in cui hanno predominato, sullo sfondo di uno scenario economico e sociale in continua e profonda mutazione, differenti temi e motivazioni di carattere artistico e industriale, che identificano i momenti fondamentali dell’evoluzione del design italiano ed internazionale.
Gli inizi: i primi del ‘900 e la nascita dell’industria culturale
Il primo periodo si colloca dagli inizi del XX secolo sino agli anni trenta, e vede lo sviluppo delle prime tecnologie di produzione in serie, che consentono il passaggio dai prodotti unici di carattere artigianale alla molteplicità tipica della produzione industriale.
E’ sintomatico rilevare come i primi segni del nascente rapporto tra arte e industria si manifestino in Francia ed in Inghilterra, con i primi esemplari della produzione in stile “liberty”. Nei negozi “Art Nouveau” di Parigi e “Liberty and Co.” di Londra agli inizi del secolo si vendono i primi esemplari di oggetti per la casa (vetrerie, suppellettili, lampade) e tessuti per l’arredo contraddistinti dal decoro “floreale” e dai motivi grafici caratteristici dell’espressione artistica del tempo, che rimandano ad esempio ai disegni di Aubrey Beardsley per l’illustrazione della Salomè di Oscar Wilde, o ai dipinti di Gustav Klimt.

Aubrey Beardsley – Salomè (1893)
Ingresso della Metropolitana di Parigi (Hector Guimard – 1900)
Non è un caso che la connessione tra arte e industria si manifesti dapprima in questi Paesi che nel resto d’Europa. Francia e Inghilterra erano state infatti le nazioni protagoniste già dagli inizi dell’ottocento della prima rivoluzione industriale, sviluppatasi inizialmente nelle fabbriche del settore tessile. Il nostro Paese giunge alla unificazione nazionale molto più tardi di Francia e Inghilterra, e con un ritardo nello sviluppo industriale che sarà recuperato in effetti solo nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. A segnare questo distacco, può essere utile ricordare che alla fine dell’ottocento in Italia esistono 2.000 chilometri di strada ferrata; in Francia 10.000, in Inghilterra oltre 20.000.
Alla fine dell’ottocento nascono anche il cinema e la radio, due importanti mezzi di comunicazione di massa, che consentono a strati sempre più ampi della popolazione di godere di contenuti culturali e di spettacoli (teatro, musica, proiezioni) che sino a solo pochi anni prima erano riservati a una ristretta “élite” di abitanti delle grandi città. Questo processo di diffusione sempre più ampia e di “massificazione” dei contenuti culturali, che nel novecento si sviluppa parallelamente alla industrializzazione dei beni e dei servizi, da’ luogo alla nascita di quella che i filosofi della “Scuola di Francoforte” Theodor Adorno ed Max Horkheimer definiranno nel 1947 “industria culturale”.
Nella analisi di Adorno ed Horkheimer il termine “industria culturale” assume una accezione decisamente negativa: la cultura di massa è un processo di degrado progressivo e di mercificazione di contenuti culturali “alti”, funzionale unicamente al consenso delle classi dominanti.
Questa interpretazione fortemente “ideologica” e pessimista, nel nostro contesto, è meno interessante del concetto in se’ di “industria culturale”. Il termine “industria culturale”, dal punto di vista tecnico, individua un settore in cui le tecnologie industriali sono poste al servizio della produzione in grande serie di beni e servizi (films, libri, giornali, trasmissioni radiofoniche e televisive) il cui valore predominante, oggetto dello scambio economico, ha contenuti di carattere culturale, o che comunque fa riferimento alla acquisizione di nuove conoscenze e informazioni.
Il design industriale, che è sintesi di elementi progettuali di carattere eminentemente culturale, appartiene a pieno diritto alla industria culturale del ‘900 e dei nostri giorni. Anzi, la diffusione del design industriale ed il suo apprezzamento da parte del mercato hanno generato la progressiva estensione dell’industria culturale a ampi settori dell’industria tout court: vedremo infatti come i prodotti dell’industria agroalimentare, dei beni di consumo, ma anche dei beni semidurevoli come l’automobile o gli elettrodomestici, hanno oggi acquisito le caratteristiche proprie di prodotti dell’industria culturale.
Sin dai suoi primi prodotti, l’industria italiana mostra una particolare attenzione a contenuti formali ed estetici che richiamano le espressioni artistiche della contemporaneità. Nell’idrovolante SIAI SS 55, progettato e realizzato dalla Savoia Marchetti, le forme a “bolide aerodinamico” dei pattini di galleggiamento riprendono il tema della velocità e del dinamismo di ispirazione futurista, proprio di artisti quali Umberto Boccioni.


Umberto Boccioni - Dinamismo di un ciclista (1913)
Uno dei primi grandi prodotti di successo dell’industria italiana, la caffettiera Moka disegnata da Alfonso Bialetti nel 1933, non nasconde la propria affinità con le geometrie futuriste disegnate da grandi artisti dell’epoca, come Fortunato Depero. Nella Moka si legge però anche un altro valore caratteristico del prodotto italiano: la capacità di far sì che la forma non risulti una mera “apposizione” estetica, ma segua la funzione cui è il prodotto è destinato, e si ponga anzi al suo servizio. Così la forma a prisma ottagonale dei due tronchi di cui è composta la caffettiera facilita l’impugnatura delle parti e la chiusura manuale per avvitamento.
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Fortunato Depero - Pubblicità Campari (1927)

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